Intervista a Giada Gigliotti, giocatrice di calcio a 5

Sfatiamo alcuni miti: ogni donna che gioca a calcio è tutt’ altro che un’eccezione. Una testimonianza da chi vive il calcio femminile in prima persona.

 

Continua il nostro viaggio alla scoperta del contraddittorio mondo del calcio femminile. Oggi ci troviamo a tu per tu con Giada Gigliotti, classe 1993, giocatrice di calcio a 5 femminile nella Royal Team Lamezia, una piccola realtà calabrese. Giada ci ha lasciato una testimonianza di quello che è oggi, secondo la sua ottica, il calcio femminile in Italia e all’estero. Personalità carismatica giovane e ambiziosa, oltre ad avere talento e grinta da vendere, ha deciso di raccontaci la sua storia.

Ciao Giada, cosa fai nella vita?

Ciao, sono una studentessa universitaria al terzo anno del corso di laurea triennale in tecniche di fisiopatologia cardiocircolatoria e perfusione cardiovascolare all’università UMG di Catanzaro.

Com’è nata la passione per il calcio?

Si può dire che è nata con me, nel senso che già da piccolina trascorrevo il mio tempo in mezzo ai maschietti tirando calci ad un pallone. Crescendo però non ho avuto modo di dar sfogo a questa mia passione perché mi è stato proibito dalla mentalità purtroppo comune del “calcio è solo per maschi”. Fortunatamente non ho smesso di credere nel mio sogno e ad oggi sono ormai quasi tre anni che gioco in una squadra di calcio a 5 femminile.

Giada che ruolo ha giocato il calcio a 5 nella tua vita? Parlaci della tua carriera sportiva, da atleta da quando hai iniziato.

Devo ammettere che ho conosciuto tardi la realtà del calcio a 5. Ho sempre pensato al calcio come ad un campo verde con 22 giocatori. In fondo è questa la realtà più apparente, è questo il calcio che il mondo segue e conosce. Quindi se devo parlare del calcio in generale, rispondo che è parte integrante della mia vita, è l’unica valvola di sfogo, l’unico modo per sentirmi libera e felice. Riferendomi nello specifico al calcio a 5 posso dire che mi ha aperto nuovi orizzonti, mi ha fatto conoscere una realtà diversa ma altrettanto appassionante, mi ha mostrato ancor di più cosa significa lottare per raggiungere i propri sogni. Io ho lottato e come ho già detto, sono passata dal giocare con delle amiche al giocare in una squadra di calcio a 5, la Royal Team Lamezia. Società giovane ma emergente, siamo passati dal campionato di Serie C (2014/2015) al campionato di Serie A (2015/2016), classificandoci al 2° posto del girone C e partecipando alle Final Eight di Coppa Italia a Pesaro e ai play-off per accedere in Serie A Elite. Quindi tutto sommato una realtà bella ma ovviamente poco conosciuta.

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Secondo te, le nostre calciatrici italiane, cercano maggiori sbocchi lavorativi all’ estero per le difficoltà di emergere nel nostro Paese o perché all’ estero il calcio femminile è vissuto in maniera differente?

Credo che la verità stia in entrambe le risposte. Nel nostro Paese è difficile emergere in uno sport etichettato come maschile, ma più in generale è difficile emergere nel calcio a 5 di per sé, in quanto non ha ancora lo stesso palcoscenico del calcio a 11. All’estero viene attribuito il giusto peso al calcio femminile, si investe molto e si crede in questo sport, di conseguenza si è più all’avanguardia e quindi si vive diversamente questa realtà.

In Italia secondo te è possibile svolgere la professione di calciatrice di calcio a 5 in Serie A femminile? E all’ estero?

Allo stato attuale credo sia difficile svolgere la professione di calciatrice in Serie A nel nostro Paese, è molto circoscritto e limitato come ambiente, purtroppo. Sono testimone dei numerosi sacrifici che vengono fatti dalla società ma anche dalle calciatrici stesse che, per potersi allenare e giocare, sono costrette a lavorare altrove. All’estero la situazione è del tutto diversa, le giocatrici non hanno certamente la fama e la notorietà dei calciatori, ma comunque hanno più possibilità di tentare la carriera professionale di calciatrice.

E invece per ciò che concerne la professione di calciatore, nella serie A di calcio a 5 maschile, in Italia?

Non è sicuramente ai livelli del calcio a 11 maschile come fama e notorietà, ma la serie A di calcio a 5 maschile sta crescendo sempre più negli ultimi anni, è sempre più di ottima qualità. Sono infatti molti i giocatori stranieri che decidono di intraprendere o continuare una carriera calcistica qui in Italia. Quindi senza dubbio offre più possibilità rispetto alla realtà femminile.

Secondo te quali differenze ci sono nel percorso che deve affrontare un uomo da una donna nella sua carriera? A quali difficoltà va incontro una donna?

Un uomo ha il privilegio di dedicarsi a questo meraviglioso sport a pieno. Fin da subito ha la possibilità di entrare a far parte di una squadra che gli può assicurare un palcoscenico d’azione. Una donna, invece, fin da subito deve lottare contro i pregiudizi di coloro i quali non credono ancora in questo sport femminile, spesso anche contro i pregiudizi delle famiglie stesse. Ad una donna non è concessa la stessa visibilità, la possibilità di dedicarsi esclusivamente a questo sport ma si vede costretta a lavorare diversamente. È da ammettere che vi è una differenza nelle prestazioni fisiche tra giocatori maschi e femmine per la potenza espressa, quindi non ci sono nelle partite giocate da donne lanci di 50 metri, tiri potenti da fuori aria, lunghi rinvii dei portieri e la palla nei passaggi viaggia più lentamente rispetto alle partite maschili. Ma ciò non può essere una motivazione per etichettare come uno sport non vero il calcio femminile.

A cosa pensi sia dovuta la differenza di trattamento?

Essenzialmente alla mentalità sbagliata e ristretta di chi ancora non crede nella parità dei sessi in sport considerati maschili per eccellenza. E ai pregiudizi riservati a chi fa di questo sport uno stile di vita.

Quali potrebbero essere le soluzioni?

Un riconoscimento della parità dei sessi e un abolizione dei pregiudizi. Quindi un’apertura mentale da cui l’Italia ancora è molto lontana

C’è stato un momento in cui volevi abbandonare il mondo del calcio, poiché pervaso da un forte maschilismo o magari sei stata tu stessa vittima di discriminazioni o discorsi sessisti? Ti andrebbe di raccontarceli?

Da quando ho iniziato la mia carriera calcistica fortunatamente non sono stata vittima di discriminazioni o discorsi sessisti. Non posso negare però che da bambina ero costretta a vergognarmi di ciò che amavo fare, perché venivo scherzata e derisa da chi mi credeva un maschio mancato, come se un pallone doveva per forza essere associato al sesso maschile.

Ad oggi cosa risponderesti a chi muove delle critiche soltanto perché sei una donna che gioca a pallone?

Risponderei con l’entusiasmo e la felicità provata e visibile sul mio volto quando ho un pallone fra i piedi. Il calcio è vita, è libertà e la vita senza la libertà è come un corpo senza lo spirito.

Lo scorso anno Carolina Morace è stata inserita nella Hall of Fame della FIGC, due mesi fa è toccato a Patrizia Panico. Inoltre come ben sai la finale di UEFA Women’s Champions League quest’anno si è tenuta a Reggio Emilia: credi che il calcio italiano stia capendo l’importanza delle donne?

Certamente è un gran bel segnale, bisogna premiare gli sforzi che vengono fatti e che si stanno cercando di fare, soprattutto negli ultimi anni, per dar il giusto spazio a questo sport.

 A chi ti ispiri, Giada? Qual è il tuo idolo?

Ho avuto l’onore di avere in squadra una calciatrice di grande esperienza quale Samanta Fragola a cui mi ispiro molto, essendo il suo ruolo (difensore centrale) come il mio. Anche se, devo ammettere, il più delle cose le sto apprendendo da una delle bandiere della mia squadra, Anna Leone.

 Come vedi il tuo futuro nella carriera calcistica?

Spero di poter continuare a realizzare il mio sogno nella mia attuale squadra, se poi deve avvenire il salto di qualità, allora ben venga.

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Conclusioni

Tra gli obiettivi di questo blog vi è quello di sdoganare alcune credenze relative alla condizione della donna nel mondo del calcio. Allo stesso tempo, cerchiamo di condividere delle testimonianze dirette in queste pagine, per raccontare una realtà troppo spesso celata, fatta a volte di derisione e sempre di sacrificio. Un tentativo di far conoscere l’ altro lato della medaglia, che non è di esclusivo patrimonio maschile.  L’energia per il cambiamento può venire soltanto da noi stessi: quando la passione per questo sport costituirà un elemento aggregante anche per le donne che intraprendono questa carriera, potremmo dire di aver smantellato parte dei radicati luoghi comuni.

Ringrazio Giada per la disponibilità con cui ha risposto alle mie domande.

Arianna Caruso

 

 

 

 

 

 

 

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