22 donne e un pallone. Storia del calcio femminile italiano

Dal 1920 ad oggi: l’evoluzione del calcio femminile è un percorso di alti e bassi, in Italia come all’estero. Un articolo per ripercorrerne la storia.

La carente visibilità del pallone rosa di casa nostra non comporta necessariamente l’assenza di un vissuto storico. Senza dubbio è un passato difficile e travagliato quello delle nostre calciatrici italiane, ma senz’altro rilevante per comprenderne le radici e le tappe fondamentali per il suo riconoscimento fino ad ora. Una rapida ma doverosa menzione, seppur non italiana, va fatta ad alcune delle migliori interpreti di sempre del lato femminile del nostro amato sport. L’episodio degno di nota si svolge nel 1920: la famosa squadra “Dick, Kerr’s Ladies F.C.” affrontò una squadra del Lancashire, la “St. Helen’s Ladies”, davanti a 50.000 spettatori entusiasti. L’evento suscitò tanto scalpore da indurre la Football Association a bandire il calcio femminile per mezzo secolo.

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Le Dick, Kerr’s Ladies nel 1921

Il calcio femminile italiano, invece, fece il suo timido esordio nella prima metà del Novecento, più precisamente nel 1933 a Milano. In via Stoppani 12, un gruppo femminile calcistico iniziò a dare i primi calci ad un pallone mettendosi in gioco in maniera del tutto bizzarra: si presentarono infatti sul rettangolo di gioco indossando una sottana. L’episodio suscitò l’entusiasmo generale e iniziò a prendere piede in maniera più incisiva mediante la fondazione di squadre amatoriali. Il C.O.N.I. per impedire che il fenomeno diventasse tendenza, impedì alle donne di giocare non solo nei tornei ma soprattutto le singole gare, dirottando inoltre le calciatrici in vari sport atletici purché non il calcio. Dopo una prima speranza nel 1950, data dalla nascita dell’A.I.C.F (associazione italiana calcio femminile) a Napoli, che durò giusto il tempo di un inizio intervallo, le calciatrici italiane videro svanire tempestivamente il desiderio di avere una consolidata realtà che le rappresentasse.

Nonostante il peregrinare e la lotta contro un pregiudizio largamente condiviso di “uno sport da uomini”, Valeria Rocchi affiancata dal vice presidente dell’Internazionale Angelo Moratti, fondó nel 1968 due squadre pronte a disputare in campo una partita in occasione dell’Interclub – Pepsi Cola, in cui entrambe le squadre femminili, Bologna e Inter, erano allenate e arbitrate dalla stessa Valeria Rocchi. Fu un successo mediatico inaspettato al punto che il centro sportivo dell’Internazionale fu inondato da lettere che richiedevano di accogliere le istanze presentate dalle calciatrici appassionate, per ottenere un intenso sviluppo del calcio femminile.

Nel 1968 nasce la Federazione Italiana Calcio Femminile, un’organizzazione del tutto autonoma che riorganizza le partite del campionato e quelle della nazionale. Nel 1986 fu istituito finalmente il campionato italiano di calcio femminile dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC). Ad oggi infatti il campionato femminile italiano si compone di diverse categorie, e si svolge regolarmente ogni anno. La Serie A, composta da 16 squadre, in cui quella con maggior numero di punti si aggiudica il titolo di campione d’Italia e acquisisce di diritto la partecipazione alla UEFA Women’s Champions League insieme alla seconda classificata. La Serie B è la seconda serie, in seguito alla rinomina della serie A2 in Serie B, alla quale partecipano 53 squadre suddivise in 4 gironi. Le vincitrici del campionato passano alla categoria superiore ( erie A), mentre le ultime otto squadre, due per girone, retrocedono direttamente in serie C. La Serie C e la serie D rappresentano rispettivamente il terzo e quarto livello del campionato italiano di calcio femminile che vanno a concludere la struttura organizzativa del calcio italiano e che sono di competenza dei Comitati Regionali .

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La Nazionale italiana di calcio femminile nel 1970

 

La situazione attuale italiana rimane comunque precaria quando si fa un confronto con gli altri paesi europei, dove esistono delle vere e proprie società femminili professionistiche, supportate dalle varie federazioni. Occorre dare uno rapido sguardo anche al numero di calciatrici tesserate dalle federazioni europee dove il divario è netto con l’Italia, oltre 200mila in più per la Germania, a seguire la Francia con circa 170mila iscritte e 90mila per l’Inghilterra. Un divario marcato ancor di più nel confronto con i paesi d’Oltreoceano: ad esempio, negli Stati Uniti il calcio femminile non soltanto acquisisce una certa rilevanza popolare ma ha una vera e propria dimensione nelle attività scolastiche.

Tuttavia, nonostante le difficoltà e il lungo cammino che a noi donne, sin dai tempi più remoti è toccato fare, per veder approvati i nostri diritti, nel calcio possiamo annoverare importanti vittorie portate avanti, quali il voto per il riconoscimento di un campionato mondiale di calcio femminile, la FIFA Women’s Word Cup, che dal 1991 è tenuto ogni quattro anni ed ha rappresentato un palcoscenico per la promozione di questo sport.

Ma se nel calcio del “sesso forte” figurano e hanno figurato giocatori al pari di Pelé, Maradona o Messi, anche il calcio femminile può vantare grandiose campionesse e in particolare del football italiano come Carolina Morace, top-scorer della nazionale femminile e tutt’oggi, unica calciatrice ad aver allenato una squadra di club maschile di calcio, la Viterbese. Capace di conquistare per ben 12 volte il premio di capocannoniere in una carriera durata vent’anni e che l’ha vista vincere anche 12 Scudetti con 8 squadre diverse. Tuttavia, paragonando la migliore giocatrice italiana ad un calciatore della massima serie maschile, è possibile notare come si presentino delle diversità sia dal punto di vista di un ritorno economico che dal punto di vista di notorietà mediatica, questo perché pur avendo oggi esteso la possibilità alle donne di giocare a calcio, non viene data loro la possibilità di essere inquadrate come professioniste.

Ma, pur godendo di importanti risultati e avendo sfatato miti che ci raffiguravano come donne dedite alla cura della casa e della famiglia, e non come calciatrici che possono garantire lo stesso spettacolo offerto dai nostri calciatori, il futuro del calcio femminile stenta ancora a decollare. Le cause sono date da mancati investimenti, da un ruolo ancora troppo subordinato, da credenze maschiliste fin troppo radicate sia nei vertici delle dirigenze calcistiche, sia nell’uomo medio appassionato di calcio. Non è detto però che non si possa sperare in margini di miglioramento in un futuro prossimo: la caparbietá con cui furono smantellate certezze del passato consentirà al calcio femminile di superare gli ostacoli odierni anche per quelle donne che ci rappresentarono in passato.

Arianna Caruso

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